Nemeton Nemeton
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Il giardino è uno zoo

Tratto da “Il sentiero dell’architettura porta nella foresta” di Maurizio Corrado, Franco Angeli, 2012

(…) Cominciamo a scendere un po’ più in profondità, osservando più da vicino l’idea di città e quella di giardino, due idee che vengono solitamente contrapposte, per scoprire non solo che hanno molti punti in comune, ma che fra città e giardino c’è una sostanziale identità.

Il termine giardino ci arriva dal francese jardin, da jart, a sua volta dal franco gard, orto. La radice indoeuropea è gher, col significato di cingere, recintare, afferrare, rinchiudere, da cui deriva il greco kortos, recinto e anche kheir, mano. Il giardino è quindi ciò che si tiene sotto la mano e quello che la mano lavora. In latino è hortus, con il significato primo di recinto e poi di giardino. Da gard / gart / grad nelle lingue indoeuropee si sono sviluppati i concetti che si riferiscono ai luoghi recintati. Il termine slavo gorod significa città, e in Europa orientale molti insediamenti conservano il suffisso grad.

Il giardino, come la città, esiste solo in quanto luogo chiuso, recintato, protetto, delimitato. Ogni rito di fondazione delle città ha nel tracciamento dei limiti un atto fondamentale. Il fondatore ha il compito di addomesticare il luogo, deve riconoscerne la potenza, conoscerla, chiederle permesso. Il fondatore circoscrive, ritaglia, delimita un pezzo di caos che da quella azione assume la dignità di luogo. Città e giardino sono spazi che l’uomo si ricava nella natura, luoghi che l’uomo prende per sé ponendo dei confini che hanno il compito di difenderli e proteggerli. Ciò che è dentro ai loro limiti esiste, è conosciuto, ciò che è fuori è sconosciuto, straniero, forestiero.

In questa concezione è evidente che il giardino è ben lungi dall’essere il luogo in cui la natura è libera, anzi, è esattamente il contrario. È molto fuorviante la contrapposizione che siamo abituati a fare fra ambiente urbano e giardino visto come lo spazio della natura. Sono in realtà la stessa cosa, il giardino è, al pari della città, un luogo in cui noi uomini costruiamo un nostro ambiente dove, invece di usare materia inerte come nel caso degli edifici, usiamo materia vivente, le piante, costringendole ai nostri voleri, addomesticandole, tenendole rinchiuse quasi come in un ghetto dal quale non possono e non devono uscire. L’abbiamo fatto inizialmente per avere cibo, poi anche per avere luoghi di piacere.

È utile capire anche che oggi gli spazi verdi urbani pubblici sono percepiti come luoghi pericolosi, frequentati da malintenzionati, siamo molto lontani dall’idea di luogo ideale in cui stare, anzi, è il contrario. Sono vissuti come luoghi da evitare accuratamente durante le ore notturne e nei quali stare molto attenti anche durante il giorno. È ingenuo pensare che questa situazione si risolva aumentando i controlli, in pratica militarizzando le zone verdi pubbliche. Di fatto, l’unico vero uso sociale del giardino urbano è rivolto ai cani, alle loro deiezioni e alle tristi deambulazioni coatte dei rispettivi padroni.

Oggi non si tratta di costruire altri spazi verdi. Fino a quando divideremo lo spazio dedicato a noi umani da quello dedicato alle piante, non sarà possibile fare un salto di qualità, ma solo fare giardini sempre più belli che continueranno ad essere giardini, cioè luoghi chiusi dove far vivere le piante. Il giardino è come uno zoo. Nello zoo ci sono gli animali, chiusi, recintati. Nel giardino ci sono le piante, chiuse, recintate. Poi ci sono zoo belli e zoo brutti, allo stesso modo, ci sono giardini belli e giardini brutti. È uno spazio nostro, controllato, delimitato, difeso.

Ma difeso da cosa? Qual è il nemico comune alla città e al giardino?

(…)

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